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News - 29/05/15
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"Penso che fare cultura, in un mondo come il nostro, fatto di palazzi chiusi e di mura bianche, voglia anche dire sentirsi disponibili verso gli altri e non ritenersi portatori di una verità assoluta, ma di una verità costruita ogni giorno sulla base di metodologie fondate sull'esperienza. Grazie a queste conoscenze specifiche, ognuno può aiutare gli altri a investigare la realtà e ad imparare ad essere disponibili al mutamento continuo del reale, rinunciando ad ogni albagìa di sapienza e scientificità assoluta"
(Alfonso M. di Nola)



Corriere della sera Domenica 22 novembre 1981

LE CULTURE DISTRUTTE


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Una squallida anonimia, che cancella ogni memoria, segna, fra l’Alta Irpinia e la Lucania, i tentativi, contrastanti, discussi e confusi della ricostruzione. Le baraccopoli, le teorie tristi e uniformi dei prefabbricati, i mucchi di roulotte qui e lì aggrappati ai pendii appaiono mortificati in una topografia senza senso, anche quando si fanno ordine geometrico di strade e di passaggi o sono violentati dall'assurda illuminazione notturna delle lampade a quarzo. Tutto si diluisce in un'artificiosità matematica, nell'astrazione di un immaginario euclideo, e potremmo essere alla periferia della Kansas City dei film western o di qualsiasi altro precario stanziamento di gente deprivata di storia

In questi paesi, sigillati, sulle cime dei colli, nell'architettura a pugno chiuso contro remoti terrori saraceni e barbarici, le creature si erano costruita, nella fatica dei secoli, una cultura del calore e della sicurezza. I ritmi dell'esistenza contadina, che pure era stata attraversata, negli ultimi decenni, dal dissesto dei passaggio dalla società arcaica alle strutture tardo- capitalistiche, appartenevano alla vetustà e alla grandezza di un calendario stagionale scandito da orientamenti spazio-temporali nel ciclico trascorrere delle opere e dei giorni. Corso e chiesa erano, come in tutti i paesi del Sud, i poli intorno ai quali fluiva il vivere, e l'uomo si sapeva riconoscere nei suoni delle botteghe dei maniscalchi e nel tintinnio delle bottiglie degli osti e nelle tracce del profumo caldo dei forni, e le donne affidavano i segni domestici delle giornate al richiamo dei campanili.

Continua qui un terremoto segreto ed interiore, che è quello dell'anima sradicata; ed è un terremoto irreparabile che nessuna efficienza tecnologica — e qui anche la presenza di un'efficienza è messa ogni giorno in discussione — può sanare e che soltanto il colloquio diretto con la gente, in un approfondimento antropologico, riesce a scoprire. La devastazione ha fatto paesi come Conza e Pescopagano cimiteri di pietre, ma l'intervento solidale degli svizzeri, dei francesi, degli svedesi, l'impegno di molte amministrazioni comunali italiane, il preoccupato misurare, scavare, rifare degli enti di Stato prescindono dalla dimensione sepolta dello spirito, né potevano dipendere da essa. La pietra, questa tristissima pietra di paesi dimenticati, è divenuta l'angoscia di quanti, nel loro slancio o purtroppo spesso nello scandaloso irrompere dei loro interessi, si sono precipitati sulla nuova miseria del Sud. E la tecnica ha ora il suo momento di trionfo. Gli archeologi benedicono, forse, il terremoto perché, accanto alla chiesa distrutta di Conza, è emerso il foro dell'antica città che, per tradimento di fazioni, si arrese ad Annibale. Gli ingegneri, gli architetti, i programmatori economici, gli esperti di reti elettriche e di fognature hanno l'occasione di tradurre nell'esperimento la loro sete di pianificazioni e di sistemi. Ma tutti contribuiscono a creare un deserto dell'anima, perché nessuno è riuscito a sondare nelle profondità e a toccare le vere piaghe del sisma.

Ora che il primo bilancio della rovina è stato fatto, si sa del poco che è stato portato a termine e del molto che dovrà venire in un futuro lontanissimo che è proprio degli interventi di Stato. Ma gli uomini errano in una geografia dell'irrelato, nella quale tentano di ricostruire le segnaletiche disperse in uno sforzo che appartiene alla filosofia della rassegnazione e, insieme, alla volontà di sottrarsi alla cancellazione storica. È vero che molti, come mi dicevano nella pianura di Lioni, rifiutano l'esilio nelle baraccopoli e le abbandonano raggiungendo all'estero o nelle città italiane i loro parenti emigrati. I nuclei demografici vanno tragicamente assottigliandosi, non soltanto perché la nuova frammentazione degli abitati, la mancanza di stalle e di steccati indispensabili ad un'economia contadina, l'assenza di depositi per i raccolti e per gli strumenti rendono inutilizzabili le nuove sedi, ma anche perché nulla più lega l'abitante al paesaggio e al nome stesso dei centri spariti. E, tuttavia, in questo esodo molti altri ricostruiscono l'immaginario mondo distrutto, sfuggendo al rischio del non esserci attraverso il recupero delle cose che erano un tempo, quasi un riaffermare se stessi nella rovina non visibile della quale si parlava.

Quest'anno il 25 marzo, festa dell'Annunciazione fatta a Maria, secondo usi antichissimi che risalgono al cerimonialismo indoeuropeo, le madri di S. Andrea di Conza hanno portato i loro neonati a Pescopagano. Nella piazza gelida, che nasconde le rovine della chiesa e dei vicoli alle sue spalle, hanno ancora una volta denudati i lattanti e li hanno consegnati ai quattro maschi che, nel rito, li fanno passare per tre volte sotto un arco di rovo a difenderli dai rischi dell'ernia. E in maggio, come se nulla fosse avvenuto, è stata rinnovata l'antica cerimonia di fratellanza fra un mucchio di macerie, Conza, e S. Andrea, uno dei centri meno colpiti dell'Irpinia. La processione delle donne è partita da un santuario che non esiste più per raggiungere, a Conza, un altro santuario sparito, a salutare la statua distrutta di una Madonna che, portata dai santandreesi nel loro villaggio, tornò in volo alla sua sede conzese. È stato quasi un pellegrinaggio consumato nell'incantesimo di una memoria cocente che non accetta la durezza della realtà di ieri, né la distruzione deculturante di oggi. Ed è, in una decifrazione dei fatti attenta non soltanto agli aspetti materiali del disastro, un modo di gridare, al di là del traffico che dovrebbe assicurare la salvezza esteriore di questi centri, che resta il dramma della trama dei modelli culturali distrutti e che ogni lacerazione non può essere sanata senza il riacquisto all'uomo della sua dimora non visibile e non misurabile.

Alfonso M. di Nola